alfabetizzazione digitale kosmè de maria

Alfabetizzazione digitale a scuola con Kosmè De Maria 

Questo approfondimento è dedicato al mondo della formazione digitale con Kosmè De Maria, insegnante, formatrice e animatrice digitale in ambito educativo. 

Partiamo da Alfabit, il metodo che hai inventato: cosa vuol dire, come funziona, e perché servono metodologie particolari per apprendere il digitale?

Io lo chiamo metodo, ma in realtà tendo a definirlo struttura, perché il metodo indica qualcosa di chiuso. Questa invece è una struttura flessibile, in cui rientrano la cooperazione, che è fondamentale, e l’utilizzo del digitale, che è un amplificatore.

A scuola l’ambito digitale viene sempre visto al di fuori del contesto aula: ci sono i laboratori, i progetti, ma tutto è staccato, come se nella vita di tutti i giorni il digitale fosse qualcosa di diverso dalla vita dei bambini. 

Ma la vita dei bambini di adesso è immersa nel digitale, che ci piaccia o no. 

Non faccio giudizi di merito, però è così. Bisogna quindi pensare a una struttura che insegni non l’uso, ma l’utilizzo degli strumenti per raggiungere degli obiettivi.

Nella mia sperimentazione il digitale si affianca in modo parallelo all’analogico sin dalla classe prima: i bambini imparano a scrivere sul quaderno ma anche sul PC, come loro secondo quaderno. Uso solo PC, non tablet, perché 

il PC è uno strumento creativo che mette il bambino in una posizione attiva

mentre il tablet è più passivo.

L’aspetto importante è insegnare non tanto a usare uno strumento, che i bambini spesso già sanno usare quando arrivano in prima, ma a utilizzarlo: capire che con quello strumento si possono raggiungere obiettivi importanti, e conoscerne i limiti. Possiamo lamentarci che i bambini siano sempre attaccati al cellulare, ma la scuola deve farsi carico di questa parte, fin dalla classe prima. I risultati raggiunti sono notevoli.

Il digitale ormai non è nemmeno più uno strumento a sé, è parte della vita dei bambini che diventeranno giovani e adulti. E c’è l’intelligenza artificiale, che sta entrando in ogni settore. Qual è la tua esperienza: come usi l’AI e che confini metti?

Tutto quello che viene passato ai bambini deve avere una cornice di senso entro cui muoversi, e questo vale anche per il digitale. 

Il digitale amplifica i messaggi che vengono mandati.

Io, come docente, uso l’intelligenza artificiale: è comodissima, soprattutto nelle classi eterogenee di oggi, anche per preparare attività per bambini con diagnosi specifiche. Ma vietarla ai bambini non mi piace, perché a casa i genitori la usano continuamente, per modificare foto, per chiedere consigli, per cercare ricette: è diventata il nuovo motore di ricerca. 

Dire ai bambini “non potete usarla” è controproducente 

La prima reazione è “allora prendo il cellulare della mamma e la uso lo stesso”. È meglio spiegare loro cos’è, farla provare e mettere dei confini.

L’ho utilizzata con i miei alunni su Canva, in classe seconda, proprio per spiegare cos’è l’intelligenza artificiale. Siamo partiti da un brainstorming su cosa ne pensassero, poi l’abbiamo esplorata generando immagini, notando che sono imperfette: mancano dita, zampe, le scritte sono sbagliate. Abbiamo visto che l’IA è fallace ma anche molto utile.

Quest’anno, nel progetto di storia, i bambini hanno usato l’IA di Canva per generare immagini mancanti per una linea del tempo. Per farlo hanno dovuto imparare a descrivere con precisione cosa volevano, mettendo in gioco competenze descrittive importanti da sviluppare. Per ora la utilizziamo, e penso di limitarla, in quinta, alla sola creazione di immagini nella scuola primaria.

Cosa è emerso dai bambini su cosa pensano dell’AI?

Alcuni pensavano fosse Elon Musk che risponde a tutti

Altri pensavano fossero gruppi di persone di Google che fanno copia e incolla; qualcuno ha detto, avvicinandosi alla realtà, che sono dei computer, aggiungendo però che “scaldano troppo, quindi è pericoloso usarla”. È stato divertente vedere le loro idee. Qualcuno ha anche chiesto perché si chiami “intelligenza artificiale”: 

se è più intelligente di noi, dovremo competere con lei in futuro?

Nel progetto di storia è emerso un episodio su cui ho riflettuto a lungo. Una bambina, per il suo progetto su un museo virtuale, mi ha chiesto se poteva generare con l’IA l’immagine di una donna Erectus che non trovava online. Le ho detto di cercare prima una fonte attendibile online. Il giorno dopo è tornata con un’immagine trovata su un sito verificato, chiedendo conferma che potesse usarla: sì, perché la fonte era attendibile.

Poi mi ha fatto la domanda bomba: perché quel disegno lo posso usare, e invece un’immagine generata da me con l’IA, con una descrizione corretta dell’Homo erectus, no? Le ho dato ragione: se scrivi all’IA esattamente quello che vuoi, le stai fornendo una fonte attendibile e lei genera un’immagine coerente. La differenza è solo che l’altra immagine era stata realizzata da un grafico umano: 

è anche una questione di abitudine, di cosa consideriamo “ufficiale”.

Parliamo di editoria scolastica, tema centrale per Studio Ampa. Sappiamo che hai insegnato storia senza libro di testo: nel tuo metodo, che ruolo hanno i libri di scuola? Sono una risorsa o un ostacolo?

Non sono un ostacolo, ma non li utilizzo, per diversi motivi legati soprattutto al desiderio e alla necessità di personalizzare maggiormente l’apprendimento sia individuale che cooperativo. Un esempio è il percorso di storia che ho costruito quest’anno,

da anni mi rendevo conto che la storia insegnata alla primaria non fosse vera storia, ma comprensione del testo

si legge un testo con delle informazioni e si risponde a domande. Questo è italiano, non storia. La vera storia nasce dalla curiosità di chi ha voluto ricostruire il passato cercando e unendo le fonti disponibili, e sappiamo che non è mai definitiva: continuano a emergere nuove scoperte.

Quest’anno, grazie a una tirocinante, Cecilia Paggi, che voleva fare la tesi nella mia classe, abbiamo realizzato un progetto in cui i bambini stessi hanno imparato a usare correttamente tutte le fonti, comprese quelle online, per costruire tabelle, presentazioni su Canva, linee del tempo digitali. Dietro c’è stato un lavoro di progettazione enorme, ma 

il risultato è che i bambini hanno imparato a fare gli storici

ricostruendo da soli i passaggi principali, con il nostro supporto solo dove necessario.

Ci sono state due verifiche finali: una sulla capacità individuale di fare ricerca con le fonti, una di gruppo con la messa in scena di un Homo sorteggiato. La cosa più importante è che 

in questo progetto l’insegnante non c’era più

i bambini erano diventati autonomi nella ricerca. Solo allora ho potuto dire di aver fatto, per la prima volta, storia vera in classe.

Cosa chiederesti quindi agli editori scolastici, ad autori e autrici, per rendere i libri più utili a questa autonomia?

Sicuramente meno volumi: siamo arrivati a un punto in cui le case editrici propongono troppi volumi per ogni classe, e i bambini se li portano dietro tutti, quasi con dei trolley. 

Meno volumi, meno contenuti, più percorsi

più attività proponibili, più strumenti, più video tutorial, spostandosi online, dato che ormai i docenti hanno le competenze per usarli. Più indicazioni su percorsi alternativi anche cooperativi, partendo dal lavoro individuale fino a quello in coppia e in gruppo, perché il lavoro di gruppo sarà una skill fondamentale da insegnare fin da piccoli.

Vorrei che gli editori spostassero il focus su questo, perché i contenuti proposti sono uguali per tutti i bambini, ma le classi sono diverse tra loro, anche nello stesso istituto

Servirebbe più interdisciplinarità 

basta con la frammentazione delle materie, quando poi in terza media si chiede ai ragazzi di fare collegamenti interdisciplinari che nessuno ha insegnato loro a fare, così come le presentazioni digitali che si pretendono senza averle mai spiegate. C’è ancora poca coerenza nella scuola su questo.

Rispetto al lavoro che ci hai raccontato, serve un investimento maggiore da parte dell’insegnante che, di solito, usa il libro di testo come guida. 

In parallelo, sul digitale, spesso, ci viene raccontato che la formazione dei docenti è mirata a imparare i singoli strumenti, non a sviluppare un pensiero critico trasversale. Come potrebbe cambiare la formazione di chi insegna?

Bisogna fare un passaggio importante. Si forma sull’utilizzo dei programmi, dicendo cosa si potrebbe fare, ma nessuno li sperimenta davvero in classe in modo strutturato. Se non vedi le reazioni dei bambini, fin dalla classe prima, non puoi offrire una formazione che abbia un riscontro pratico. È inutile spiegare alle e agli insegnanti tutte le funzioni di Canva, perché quello lo si impara da soli guardando due tutorial online. 

L’importante è capire come inserire questi strumenti correttamente nel percorso scolastico dei bambini

e questo ancora nessuno lo fa, perché nessuno lo sperimenta in classe.

Il mio lavoro di questi anni mi ha dato l’opportunità di raccogliere dati su questo, e di lavorare su una parte di cui si parla poco: bisogna insegnare ai docenti come fare utilizzare correttamente gli strumenti digitali ai bambini. 

Serve seguire le tappe cognitive dei bambini

è quello che sto facendo con la classe cooperativa Alfabit, identificando dopo dieci anni di sperimentazione quali strumenti sono adatti in prima, seconda, terza, quarta e quinta, sempre dentro una cornice di senso e non come uno spot isolato. Per essere coerenti bisogna sperimentare: senza sperimentazione non hai dati su cui basare la formazione.

Ultima domanda: se avessi un pulsante magico, cosa cambieresti della scuola italiana, in particolare nella formazione digitale e nell’educazione?

Toglierei la frase “si è sempre fatto così”

che mi immagino scritta simbolicamente all’ingresso di ogni scuola. Non ha senso su generazioni che cambiano velocemente, con bambini sempre diversi a ogni ciclo. Bisogna avere il focus sui bambini: osservarli, e costruire il percorso insieme a loro, non partendo da noi stessi. È anche per questo che 

nella mia aula non c’è la cattedra

l’obiettivo di ogni insegnante è che, a fine quinta, ogni bambino cammini con le sue gambe. Se un bambino ha ancora bisogno di me come punto di riferimento, ho fallito come docente.

Vorrei un cambiamento verso la curiosità, la voglia di fare qualcosa di diverso, anche per il piacere di farlo. È faticoso: la classe cooperativa Alfabit richiede il doppio del tempo di progettazione rispetto a una classe tradizionale, perché senza libro di testo i contenuti li crei e li personalizzi tu utilizzando i numerosi strumenti che oggi abbiamo la fortuna di avere, anche a titolo completamente gratuito. Ma è divertente, e osservando costantemente i bambini ci si rende conto che loro danno più di quanto a volte diamo noi a loro.

Guarda la video intervista


L’immagine di copertina è a cura di Luca Poli

Share:

Massimo una volta al mese, Menabò diventa una newsletter.

Iscriviti per saperne di più su pubblicazioni scolastiche, didattiche
e altri meccanismi editoriali.