Caro libri scolastici: perché i costi salgono e cosa dice davvero l’indagine Antitrust

Ogni anno, tra agosto e settembre, torna puntuale una discussione che riguarda milioni di famiglie: il caro libri scolastici. Secondo i dati emersi dall’ultima indagine conoscitiva dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), la spesa per i libri di testo continua a crescere anche mentre il numero di studenti diminuisce. Un paradosso apparente che merita di essere letto con attenzione, senza scorciatoie narrative.

Proviamo a mettere ordine tra numeri, responsabilità e fraintendimenti, distinguendo ciò che è strutturale da ciò che è migliorabile, e ciò che è davvero un problema da ciò che viene spesso raccontato come tale.

I numeri: cosa dicono (e cosa non dicono)

Secondo l’AGCM, nel 2024 il mercato dei libri di testo scolastici ha generato un fatturato di circa 800 milioni di euro per il nuovo, a cui si aggiungono circa 150 milioni di euro per l’usato. Nello stesso periodo, la popolazione scolastica è diminuita di circa 600.000 studenti, pari a un calo del 7%.

La spesa sostenuta dalle famiglie, però, non è diminuita. Anzi, nell’arco di dieci anni è cresciuta di circa il 13%. I valori medi indicati dall’Autorità e ripresi da Codacons parlano di:

  • circa 580 euro per l’intero ciclo della scuola secondaria di primo grado;
  • circa 1.250 euro per l’intero ciclo della scuola secondaria di secondo grado.

Qui è importante fermarsi un attimo perché questi dati vengono spesso letti come spesa annuale, ma non lo sono. Parliamo di costi complessivi per ciclo, non di un esborso fisso uguale ogni anno. Questo non rende la spesa meno pesante per le famiglie, ma aiuta a evitare letture distorte che alimentano solo indignazione, non comprensione.

Perché si spende di più anche se gli studenti sono di meno

La crescita della spesa dipende da più fattori. L’indagine Antitrust individua una combinazione di elementi strutturali.

  • Il primo è l’andamento dei prezzi del nuovo, cresciuto negli ultimi anni in modo sostanzialmente allineato all’inflazione. Il problema, quindi, non è solo editoriale: è il potere d’acquisto delle famiglie a essersi ridotto, rendendo più pesante una spesa che prima era già impegnativa.
  • Il secondo riguarda la forte concentrazione del mercato. Pochi grandi gruppi editoriali coprono oltre l’80% delle adozioni. Questo riduce la competizione reale sui prezzi e limita l’ingresso di modelli alternativi, anche quando esistono.
  • Il terzo elemento è la disomogeneità dei sostegni pubblici. Le misure di aiuto alle famiglie per l’acquisto dei libri variano molto da regione a regione, creando disuguaglianze territoriali che poco hanno a che fare con la qualità dell’offerta editoriale.

Il nodo più discusso: cambio edizioni e adozioni

Uno dei punti più sensibili del dibattito riguarda il frequente cambio delle edizioni. L’indagine Antitrust quantifica il fenomeno: il tasso di cambio dei testi adottati da un ciclo all’altro raggiunge il 35% nella scuola secondaria di primo grado e sale al 40% in quella di secondo grado. In pratica, oltre un terzo dei libri alle medie e quasi la metà alle superiori non è riutilizzabile e resta fuori dal mercato dell’usato.

Ma è necessario evitare semplificazioni. Non tutti i cambi di edizione sono uguali. Esistono aggiornamenti didatticamente necessari: nuove indicazioni nazionali, evoluzioni disciplinari, revisione di errori, miglioramenti nell’accessibilità o nell’inclusione. Ridurre tutto a una logica opportunistica significa ignorare una parte importante del lavoro editoriale serio.

Detto questo, l’AGCM stessa riconosce che la percezione pubblica di un uso strumentale della nuova edizione esiste e che le regole attuali non bastano a dissiparla. Quando il cambiamento non è chiaramente motivato e comunicato, la fiducia si erode. Ed è un problema reale, anche per chi lavora bene.

Nuova edizione non dovrebbe voler dire “stesso libro, nuova spesa”

Il Codice di autoregolamentazione dell’Associazione Italiana Editori, all’articolo 25, stabilisce che una nuova edizione deve caratterizzarsi per aggiornamenti scientifici o didattici sostanziali e deve differire dalla precedente per almeno il 20% dei contenuti. Sulla carta, il principio è chiaro e misurabile.

Nella pratica, però, l’Antitrust osserva che questa soglia non basta a dissipare i dubbi, ancora diffusi nella percezione pubblica, sull’esistenza di comportamenti opportunistici nella variazione dei testi scolastici. La specificità dei contenuti disciplinari lascia margini operativi ampi anche a chi volesse usare la nuova edizione come leva commerciale più che didattica.

Il tema, allora, non è accusare, ma ripensare trasparenza e comunicazione: 

bisogna rendere evidente cosa cambia davvero, perché cambia e che valore aggiunge.

Il digitale: promessa mancata o occasione sprecata

Da anni il digitale viene presentato come una possibile soluzione al caro libri. I dati, però, raccontano una storia diversa. Oltre il 95% delle classi adotta testi in versione mista, cartacea e digitale, ma solo circa il 16% delle licenze digitali risulta effettivamente attivato.

Questo non significa che studenti e docenti non vogliano il digitale. Significa che spesso le piattaforme non sono interoperabili, le licenze non sono flessibili e il digitale non è realmente integrato nella didattica quotidiana, quindi non favorisce il riuso né la riduzione dei costi nel medio periodo.

Il problema, quindi, non è il digitale in sé, ma come è stato pensato e implementato finora.

Sconti, concorrenza e il limite del 15%

Un altro elemento discusso è il tetto massimo del 15% di sconto sul prezzo di copertina. L’AGCM evidenzia come questo limite riduca la concorrenza e, di fatto, impedisca una reale competizione sui prezzi.

Anche qui, però, la soluzione non è banale. Liberalizzare completamente gli sconti rischierebbe di penalizzare librerie indipendenti e piccoli presìdi territoriali, con effetti collaterali tutt’altro che trascurabili. Il punto non è scegliere tra tutto libero o tutto bloccato, ma 

ripensare il sistema in modo coerente con gli obiettivi educativi e sociali.

OER e autoproduzioni: alternative o scorciatoie?

L’indagine Antitrust cita anche le Open Educational Resources e le autoproduzioni come possibili leve per ridurre i costi. Sono strumenti interessanti, ma non neutri.

Produrre materiali didattici di qualità richiede competenze, tempo, verifica delle fonti, attenzione all’accessibilità e all’inclusione. Pensare che il gratuito risolva il problema senza affrontare questi aspetti significa spostare il costo, non eliminarlo.

Secondo qualcuno, è lo stesso termine caro-libri che non è appropriato. Si parla poco del tetto di spesa, elemento inesistente nel mercato di astucci zaini etc etc. I libri aumentano sotto il tasso inflattivo e il tetto di spesa non è stato adeguato per oltre un decennio. Inoltre, i fondi per le famiglie in difficoltà esistono ma spesso si perdono nei rivoli degli Enti Pubblici eroganti. Di tutto ciò che aumenta in termini di caro-vita quello dei libri è quello che incide meno.

Spesso, in Italia la cultura è percepita come costosa ma il resto no.

Difendere l’editoria scolastica, senza autoassolversi

Il libro di testo non è solo un oggetto commerciale. È un’infrastruttura educativa che tiene insieme progettazione didattica, controllo scientifico, accessibilità, aggiornamento e inclusione.

Difendere questo lavoro è legittimo. Ignorare le criticità che emergono dal mercato, no.

Se una parte crescente dell’opinione pubblica percepisce il sistema come poco trasparente o inefficiente, il problema non è solo comunicativo. È strutturale e va affrontato.

Cosa si può fare, realisticamente

Non esistono soluzioni miracolose, ma alcune direzioni sono chiare:

  • maggiore continuità e responsabilità nelle adozioni;
  • trasparenza reale sulle nuove edizioni;
  • modelli editoriali più modulari e interoperabili;
  • politiche pubbliche più omogenee e mirate;
  • uso del digitale come strumento, non come slogan.

Il caro libri non è il risultato di un unico colpevole. È l’effetto di un sistema complesso che tiene insieme scuola, mercato, politiche pubbliche e scelte didattiche.

Affrontarlo seriamente significa tenere insieme il diritto allo studio, la sostenibilità economica delle famiglie e la dignità del lavoro editoriale.

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