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Divieto cellulari, dress code e nuove regole a scuola: cosa succede?

Il settembre 2025 è iniziato con tre novità normative che hanno riacceso il dibattito su cosa debba regolare la scuola italiana. Nessuna riguarda i contenuti didattici. Tutte riguardano i comportamenti: divieto di cellulari per le scuole superiori, circolari sul dress code diffuse da Nord a Sud, e una riforma del voto di condotta che entra nel calcolo della media. È un segnale che vale la pena leggere con attenzione con spirito critico, senza semplificare né cedere a giudizi facili.

Il divieto di cellulari a scuola: cosa prevede la circolare Valditara

Con la circolare n. 3392 del 16 giugno 2025, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha esteso alle scuole secondarie di secondo grado il divieto di utilizzo del telefono cellulare già in vigore per il primo ciclo dalla nota ministeriale n. 5274 dell’11 luglio 2024. Dal 1° settembre 2025, il divieto è quindi uniforme per tutti gli ordini scolastici.

Il perimetro della norma è più ampio di quanto si pensi comunemente. Il divieto copre l’intero orario scolastico, non solo le ore di lezione: include corridoi, ricreazione, cambi d’ora e attività extracurricolari. Vale anche per i fini didattici, salvo eccezioni specifiche: il cellulare rimane consentito se previsto dal Piano Educativo Individualizzato (PEI) o dal Piano Didattico Personalizzato (PDP) come strumento compensativo, e, nelle scuole tecniche, quando strettamente funzionale agli indirizzi informatica e telecomunicazioni. PC, tablet e LIM restano consentiti per la didattica.

Le scuole hanno autonomia nell’organizzazione pratica: sanzioni progressive, modalità di custodia dei dispositivi, aggiornamento del patto di corresponsabilità educativa. Non esiste un modello unico, e questa flessibilità ha prodotto approcci molto diversi tra un istituto e l’altro.

Perché è successo: i dati dietro la norma

La circolare cita esplicitamente uno studio OCSE del 2024 che documenta gli effetti negativi di smartphone e social media sul rendimento scolastico, collegandoli in parte al calo dei punteggi PISA. Richiama anche il rapporto OMS del 2024 sull’uso problematico dei social media tra gli adolescenti europei, che evidenzia fenomeni di dipendenza, sintomi da astinenza e conseguenze negative sulla vita quotidiana.

Secondo il rapporto ISTISAN 23-25 dell’Istituto Superiore di Sanità, l’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti, con effetti documentati su sonno, concentrazione e relazioni. Il report “Educare al Digitale” di Save the Children (marzo 2025) aggiunge che, tra i bambini di 6-10 anni, la quota di chi usa il cellulare ogni giorno è passata dal 18% del 2018-19 al 33% del 2022-23. Nell’indagine Skuola.net per il Safer Internet Day 2025, il 36% degli studenti e delle studentesse delle secondarie supera le cinque ore di schermo al giorno, e 8 su 10 dichiarano di perdere la cognizione del tempo quando sono online. I numeri giustificano una risposta istituzionale.

La domanda è se questa risposta sia sufficiente e coerente con una scuola sempre più digitalizzata.

Interessante il punto di vista di Giulia Formisano che a Rai Scuola dichiara di aver visto prima un crollo collettivo, poi maggiore concentrazione, più connessione umana e meno conflitti nella classe.

Il cortocircuito: il cellulare è vietato, ma la scuola è digitale

Negli ultimi anni la scuola italiana ha investito in LIM, tablet, registro elettronico e piattaforme didattiche. I compiti si assegnano online, le verifiche si preparano su risorse digitali, la comunicazione scuola-famiglia passa per app e notifiche. In questo contesto, vietare il dispositivo personale senza offrire un modello educativo coerente sull’uso degli strumenti digitali in generale è una risposta parziale.

La stessa circolare ministeriale lo riconosce. Il testo afferma esplicitamente che il divieto generalizzato non esaurisce il ruolo della scuola, che è chiamata a rafforzare le azioni per educare all’uso responsabile e consapevole dello smartphone e degli altri strumenti digitali, inclusa l’intelligenza artificiale. Il riferimento normativo indicato sono le Linee guida per l’educazione civica del decreto ministeriale n. 183 del 7 settembre 2024. Il punto, quindi, non è il dispositivo in sé.

È che vietare senza educare sposta il problema fuori dalla scuola senza risolverlo.

Come sintetizzano i dati di Save the Children, il profilo degli adolescenti che mostrano i migliori livelli di benessere e autoefficacia è quello degli “impegnati”: chi usa i media in modo creativo e mantiene una vita offline ricca di relazioni e attività. Non chi ha il cellulare confiscato alle 8 e lo riprende alle 14.

Il dress code: circolari autonome, regole diseguali

A differenza del divieto di cellulari, il dress code non nasce da una norma ministeriale. Non c’è una circolare nazionale: ci sono decine di circolari autonome, deliberate da singoli istituti nell’esercizio della propria autonomia, che a settembre 2025 hanno prodotto un’ondata di polemiche da Nord a Sud.  

I divieti più ricorrenti, documentati da Orizzonte Scuola su un campione di dieci circolari provenienti da diverse regioni, riguardano shorts, minigonne, bermuda, canottiere, top, scollature, jeans strappati, unghie lunghe, trucco appariscente, cappelli e cappucci. Alcuni istituti si spingono oltre, vietando accessori vistosi, capelli con colorazioni non naturali, infradito, ciabatte e perfino zeppe. Secondo un’indagine di Skuola.net su un campione di quasi 3.000 studenti, 3 su 10 devono già fare attenzione all’abbigliamento per non incorrere in richiami o sanzioni, e il 55% riceve raccomandazioni a vestirsi “in modo adeguato al contesto”.

Quando i divieti riguardano quasi solo i corpi femminili

Leggendo le circolari con attenzione, emerge un dato che merita di essere nominato: 

la maggior parte dei capi vietati riguarda l’abbigliamento delle studentesse. 

Scollature, spalle scoperte, gonne corte, top, unghie finte, trucco. I ragazzi compaiono quasi esclusivamente in riferimento a barbe incolte e cappelli. Non è una casualità, ed è un problema di equità educativa che non si risolve ignorandolo.

A questo si aggiunge il fatto che molte circolari usano formule deliberatamente vaghe: “abbigliamento sgarbato”, “outfit distraenti”, “aspetto non decoroso”. Sono criteri soggettivi, che delegano al giudizio del singolo docente o del dirigente scolastico una valutazione che può variare considerevolmente da persona a persona e da scuola a scuola. Il risultato è una norma che non educa, ma controlla, e che per di più lo fa in modo asimmetrico.

“Decoroso” è una parola che chiede una definizione condivisa

Le circolari più diffuse invitano a un abbigliamento “sobrio, decoroso, pulito e ordinato”. Sono criteri che, in linea di principio, si possono condividere. Ma la condivisione è il punto chiave: le scuole che hanno costruito il regolamento attraverso un confronto reale con studenti, studentesse e famiglie riportano risultati più stabili e meno conflittuali. Quelle che hanno calato le regole dall’alto generano resistenza, non rispetto. La differenza non è nella norma, è nel processo.

Vale anche la pena ricordare, come segnalano alcune associazioni di famiglie, che l’assenza di una divisa unica può trasformare le regole di abbigliamento in un onere economico aggiuntivo per le famiglie, che devono acquistare capi conformi a un codice che cambia da istituto a istituto e talvolta da anno ad anno.

Il voto di condotta che fa media: la terza riforma del 2025

Il quadro normativo si completa con la riforma del voto di condotta, approvata in via definitiva dal Consiglio dei Ministri il 30 luglio 2025 e operativa dall’anno scolastico 2025/2026. Il comportamento degli studenti e delle studentesse non è più una voce separata in pagella: entra nel calcolo della media, incide sull’ammissione alla classe successiva e sul peso dei crediti scolastici per la maturità.

Le conseguenze pratiche sono significative. Un voto di condotta pari a 5 comporta la bocciatura automatica, indipendentemente dai risultati nelle altre discipline. Un 6 in condotta non è più un avviso formale: obbliga alla redazione di un elaborato su tematiche di cittadinanza attiva. Le sospensioni cambiano natura: quelle brevi prevedono attività di approfondimento educativo in classe; quelle fino a 15 giorni si trasformano in attività di cittadinanza solidale con enti e associazioni del territorio. Per la maturità, il punteggio massimo sui crediti è riservato a chi ottiene almeno 9 in condotta.

Punire o responsabilizzare: una distinzione che la scuola deve abitare davvero

Il Ministero ha dichiarato di voler costruire una “scuola autorevole, non autoritaria”. È una distinzione che vale, ma che richiede molto di più di un decreto. Trasformare le sospensioni in attività riparative è un’idea pedagogicamente solida: tiene lo studente dentro il sistema invece di escluderlo. Ma perché funzioni, quella attività deve essere progettata, seguita, valutata. Non può essere una scatola vuota. Il rischio concreto di tutte e tre le riforme descritte in questo articolo è lo stesso: che restino sul piano disciplinare senza diventare occasioni di crescita. 

Cambiare un regolamento è molto più rapido che cambiare una cultura educativa. 

Le scuole che riusciranno a fare il secondo passaggio non sono quelle con i regolamenti più severi, ma quelle con le comunità educative più coese.

Allora, quali regole servono a scuola?

Le regole sono necessarie. La scuola è un contesto formativo, non uno spazio neutro, e i contesti formativi funzionano anche attraverso limiti e confini. Non è in discussione il principio.

Il problema nasce quando una regola viene costruita come risposta a un’emergenza percepita, senza che dietro ci sia un progetto educativo. Il divieto del cellulare ha senso se è accompagnato da un percorso che insegna a studenti e studentesse come usare gli strumenti digitali in modo critico, consapevole e creativo, come competenza. Questo è il punto che la circolare stessa indica e che le scuole faticano di più a mettere in pratica.

Il dress code ha senso se nasce da un confronto reale con la comunità scolastica e se si applica in modo equo, senza ricadere su categorie specifiche di persone. La riforma del voto di condotta ha senso se le attività riparative vengono davvero progettate come esperienze formative.Insomma, in tutti e tre i casi la regola da sola non basta. Serve il lavoro educativo che le dà senso. E quel lavoro si fa con strumenti didattici coerenti, con insegnanti formati, con materiali che ragionano su questi temi invece di aggirarli. È il tipo di sfida che, nel nostro piccolo, proviamo a tenere presente ogni volta che lavoriamo a un testo scolastico.

Ma riuscirà la scuola a usare le regole per diventare uno spazio di crescita collettiva e non compilare una checklist?


L’illustrazione di copertina è di Luca Poli

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