intervista elena bacchilega

Fare libri scolastici è come costruire con i Lego

L’editoria scolastica raccontata da chi la fa #1: intervista a Elena Bacchilega, dir. editoriale di Zanichelli.

Di cosa parliamo in questo articolo: 

  • L’esperienza della dir.Editoriale di Zanichelli, Elena Bacchilega
  • Il ruolo del redattore e quello della direttrice editoriale
  • Il rapporto tra risorse digitali e libri cartacei
  • Riflessioni sul presente e futuro dell’editoria scolastica 
  • Il costo e l’aspetto commerciale di un testo scolastico
  • Come vengono selezionate le proposte da pubblicare
  • Il cambiamento digitale che ha portato l’insegnante a diventare autore e autrice informale dei suoi contenuti

In fondo, trovi il link alla video intervista in cui chiacchieriamo con Elena Bacchilega di argomenti differenti, tra cui perché giocare con i Lego serve per fare libri e il ruolo creativo della classe docente. 

Tempo di lettura… quanto vuoi tu! Oppure scorri fino alla fine e guarda il video. 

Come hai cominciato a lavorare in Zanichelli? Il primo novembre 1995 e nel 1997, a 28 anni, sono stata assunta stabilmente nella redazione scientifica. Ero laureata in scienze biologiche, ma non convintissima di voler lavorare in laboratorio. Sapevo che mi piaceva la biologia e, soprattutto, i libri. Così, quando ho avuto l’occasione di fare un colloquio in casa editrice mi sono presentata e mi hanno presa. Nei primi tempi, mi dividevo grazie a un orario part time: la mattina in redazione e il pomeriggio in laboratorio a finire il tirocinio per l’esame di stato, che non ho mai dato. Tra le bozze al mattino e le drosofile al pomeriggio non c’era da annoiarsi.

Come si lavorava da redattrice negli anni ‘90? Nel 1995 si lavorava su bozze di carta: io non avevo un computer, né la posta elettronica e, per trasmettere le correzioni ai fornitori, spedivo le bozze annotate a mano o mandavo un fax. Il primo libro su cui ho lavorato era un testo di chimica per le superiori, il Bagatti (noi chiamiamo i libri col nome del primo autore), tuttora in catalogo. Aiutavo la redattrice senior, che si chiama Claudia Capello e che è stata la prima a insegnarmi il lavoro.

Il nostro è ancora un lavoro meravigliosamente artigianale, che si impara sul campo. E che si lavori con carta, colla e penna oppure al computer, l’approccio è lo stesso: cura della lingua, attenzione ai contenuti, il piacere di “costruire” un libro in tutti i suoi elementi: testi, esercizi, disegni e figure. 

Quali sono i primi testi ai quali hai lavorato? Uno dei primi libri che ho visto nascere è stato il testo di matematica per le superiori di Massimo Bergamini e Anna Trifone, pubblicato nel 1997. Oggi i testi di Bergamini sono una flotta, ma allora fu una grande scommessa: lavoravo con Giuseppe Ferrari, che coordinava la redazione scientifica, e con Irene Enriques, che oggi è direttrice generale ma che allora lavorava in redazione. La matematica è una delle materie più difficili da gestire, per via delle migliaia di esercizi e della composizione delle formule: fu una grande palestra. Un’altra pietra miliare della mia vita di redattrice fu il Cambell Immagini della biologia, pubblicato nel 2000. Era la mia materia, era il primo libro che progettavo e gestivo da sola. Una bella responsabilità, ma mi è piaciuto tanto. Poi nel 2001 è arrivata anche la mia prima opera di chimica, con il testo La chimica in moduli di Giuseppe Valitutti. In quegli anni ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinarie: il direttore editoriale era Umberto Tasca, che è stato un grande maestro soprattutto nel campo della grafica, del lavoro redazionale e del rapporto con gli autori. Giuseppe Ferrari mi ha insegnato a cercare sempre idee nuove e a non accontentarmi delle strade già battute. Ma ho imparato molto anche dai grafici, dai compositori, dagli stampatori, dagli autori, dai funzionari commerciali che mi portavano in giro per le scuole a parlare coi docenti. Nel frattempo le tecnologie rivoluzionavano il nostro modo di lavorare, e tutto diventò più veloce: scrivere, correggere, disegnare, stampare. Tanta velocità, però, richiedeva molti controlli, forse anche più di prima. La figura del redattore cambiò per diventare quella che è ancora oggi.

Il redattore è come il capitano di una grande nave che deve tracciare una rotta complessa per arrivare in porto, coordinare l’equipaggio
e affrontare condizioni meteo molto variabili
(e a volte evitare qualche iceberg).

Quanto conta il lavoro di squadra in redazione? In Zanichelli siamo strutturati in linee editoriali, ognuna formata da specialisti in determinati ambiti disciplinari. Quando, nel 2004, Giuseppe Ferrari divenne direttore editoriale, io presi il suo posto alla guida della linea 4 che si occupa di scienze della scuola media e di biologia, chimica e scienze della Terra delle superiori. Il mio lavoro, quindi, cambiò di nuovo: stavo meno sulle bozze, dovevo gestire tanti progetti e tanti autori e coordinare le persone che lavoravano con me. Curare il gruppo di lavoro per me è un aspetto fondamentale: quando si lavora tanto bisogna anche lavorare bene, e possibilmente divertirsi. Non ci possono essere tensioni, si deve poter contare gli uni sugli altri. Ricordo ancora una frase del direttore generale Federico Enriques quando ero appena stata assunta: «Il nostro obiettivo è fare buoni libri che durano.» Questo non può essere frutto del lavoro di un singolo, ma di una squadra. Con il tempo ho iniziato anche a insegnare ai redattori e alle redattrici più giovani: noi abbiamo diversi momenti di formazione; uno di questi è il corso baby per i neoassunti in redazione. Quando lo frequentai io durava un giorno, adesso ne dura otto. È un corso che amo molto perché ci serve a trasmettere la nostra cultura aziendale e a conoscere cosa fanno i diversi reparti. Una cosa che io trovo speciale della Zanichelli è la fluidità. I redattori e le redattrici appena assunti sono spinti a rapportarsi fin da subito con la direzione editoriale, la direzione commerciale, la divisione digitale e l’ufficio produzione: devono poter fare domande, capire i vari aspetti del lavoro, assorbire il nostro modo di operare. A noi piacciono le persone curiose e intraprendenti.

Cosa significa lavorare come direttrice editoriale? Sono direttrice editoriale dall’aprile del 2021. È una grande responsabilità, in un ruolo che ognuno interpreta in modo diverso a seconda della propria personalità e del momento in cui si trova a viverlo. Io ho avuto la fortuna di conoscere ben quattro direttori editoriali della Zanichelli: Giuseppe Ferrari, Umberto Tasca e Miro Dogliotti (che nel 1970 riprogettò integralmente lo Zingarelli). Da ognuno ho imparato qualcosa: grazie a loro, ho una buona cassetta degli attrezzi che mi porto sempre dietro.

Io so di avere la vocazione del meccanico: quando vedo che nella macchina redazionale c’è qualcosa che non funziona, prendo il cacciavite e mi metto ad aggiustarla. 

Ma bisogna avere anche la visione del futuro, sapere dove vogliamo andare. Quindi lo sguardo deve essere duplice: uno sguardo analitico puntato sull’oggi e uno sguardo allargato proiettato sul domani. Il mio lavoro è coordinare le redazioni, circa settanta persone in tutto e fare in modo che tutte le fasi della produzione di un libro (dalla progettazione alla commercializzazione, e anche oltre) avvengano correttamente sia per la carta sia per il digitale; e poi monitorare i tempi, garantire la qualità, tenere i rapporti con la direzione generale, a cui rispondo, con la direzione commerciale e con l’ufficio produzione. Continuo a seguire i libri della linea 4, che è composta da sei persone oltre a me, e ho la responsabilità della redazione lessicografica. Ogni tanto, se c’è bisogno, lavoro sulle bozze: fare i libri è ancora la cosa che mi piace di più.

Cosa serve sapere per lavorare come redattore e redattrice? Alla base del nostro lavoro ci sono due elementi fondamentali: la progettazione e il rapporto strettissimo con autori e autrici, e il controllo di tutte le fasi della lavorazione: dall’editing alla correzione di bozze alla stampa. I libri scolastici sono oggetti complessi, perché una pagina è composta da tanti elementi: testo, disegni, foto, esercizi. Per questo, a ogni libro lavorano tante persone: autori, compositori, grafici, disegnatori, fotografi. Tutte queste figure sono coordinate dal redattore. Ogni correzione richiede un controllo: il redattore è per principio una persona che non si fida di nessuno, nemmeno di sé stesso. Infatti, nella mia linea editoriale c’è sempre un momento in cui ci leggiamo le bozze a vicenda. Io ho fatto in tempo a vedere la fine della fotocomposizione e delle uscite in pellicola e l’inizio del desktop publishing. Adesso, i redattori e le redattrici lavorano sui pdf e sono capaci di usare Indesign: non per impaginare, ma per intervenire sui contenuti. È un vantaggio impagabile, uno strumento potente che però va usato con attenzione e consapevolezza. Perché c’è una cosa importante da ricordare: 

I libri si fanno al computer, ma a un certo punto vanno stampati:
devono diventare oggetti reali fatti di carta e inchiostro.
Il passaggio dal file smaterializzato alla carta stampata può essere molto insidioso. 

Quello che a monitor sembra a posto può rivelarsi un disastro in prestampa. Chi lavora in redazione deve conoscere questi aspetti; per questo organizziamo delle visite periodiche dai fornitori di prestampa e stampa. Oggi, a partire dagli stessi materiali bisogna realizzare l’ebook, che ha esigenze ancora diverse. Quindi il redattore o la redattrice, che in partenza deve avere una solida formazione umanistica, scientifica o in ambito linguistico per potersi relazionare con gli autori e intervenire sui contenuti, con il tempo deve acquisire anche delle competenze tecniche altrettanto solide e mantenerle aggiornate. Una volta uscito il libro, poi, il redattore e la redattrice lo presentano alla rete commerciale, che a sua volta lo presenta ai docenti: questo è un campo in cui siamo migliorati moltissimo. 

Da che cosa dipende il prezzo di un testo scolastico? Il prezzo dipende da vari fattori; molti sono proporzionali al numero di pagine, per cui c’è una relazione fra numero di pagine e prezzo, a parità di mercato di riferimento; anche la ricchezza del digitale influisce. I prezzi sono poi calmierati dall’esistenza dei tetti di spesa, immodificati dal 2012. A proposito di costi, in questo periodo facciamo fatica a reperire la carta, il cui prezzo è già aumentato del 30%. Anche l’energia necessaria per i processi di prestampa e stampa ha avuto un rincaro. È un problema grave, che riguarda tutta l’editoria, e più in generale gran parte dei settori produttivi.

Come viene gestita la produzione di risorse digitali e quanto incidono sulla pubblicazione di un testo scolastico nel suo complesso? Negli ultimi vent’anni abbiamo imparato a realizzare ebook, video e altri contenuti multimediali e abbiamo costruito le piattaforme che servono a fare lezione, a studiare e ad esercitarsi. In questa fase di costruzione e sperimentazione è stato fondamentale il contributo progettuale di Enrico Poli, il primo responsabile della nostra Divisione Media Digitali, che oggi si occupa di ricerca in ambito di start-up edtech. Ci sono poi le Aule (di scienze, di lingue e di lettere), dei magazine destinati a docenti e studenti per aggiornarsi sui temi di attualità e approfondire argomenti significativi. Dovendo quantificare il loro peso nel processo di pubblicazione, possiamo dire che

progettare, realizzare e mantenere l’offerta digitale fa aumentare i costi di realizzazione e produzione, complessivamente, di circa il 25%. 

Se un/una autore/autrice vuole pubblicare un testo con la sua casa editrice, che cosa deve fare? Le proposte arrivano per molte strade. Bisogna tenere presente che nell’editoria scolastica gli autori sono la risorsa scarsa per eccellenza. Non esistono scuole per diventare autori di testi scolastici e, se ci fossero, probabilmente avrebbero pochissimi iscritti. Gli autori e le autrici dei testi scolastici molto spesso sono insegnanti, come del resto anche i collaboratori che scrivono, fanno revisioni, creano esercizi. A volte è la redazione a trovarli, oppure sono collaboratori che a un certo punto scrivono un proprio libro; possono venire presentati da altri autori, esserci segnalati dalla rete commerciale o infine proporsi direttamente attraverso il nostro sito, nella pagina “proposte editoriali”. Le redazioni poi fanno una prima selezione delle proposte, anche avvalendosi dei pareri di consulenti; poi i progetti sono presentati a un comitato direttivo che li valuta e li approva.

Quanto influisce l’aspetto commerciale sul successo di un testo? Il libro scolastico è uno strumento di lavoro e di studio: per fare lezione, per aggiornarsi, per imparare. I docenti che scelgono un testo sono degli specialisti sia dei contenuti sia della didattica delle discipline che insegnano. Scelgono in modo consapevole, valutando le copie saggio, e se il libro non li soddisfa lo cambiano. È dunque importante disporre di una rete commerciale fatta da professionisti in grado di capire quale proposta è interessante per quale docente e di comunicare le caratteristiche delle opere in modo efficace. I funzionari commerciali sono anche capaci di intercettare i bisogni dei docenti e degli studenti e di comunicarli alle redazioni, che li studiano e li approfondiscono e che a loro volta li comunicano agli autori, che spesso sono essi stessi docenti. In questo modo, grazie al lavoro attento e sinergico della rete commerciale, delle redazioni e in primo luogo degli autori, l’editore è in grado di proporre idee per insegnare e per imparare in formati (libri e piattaforme digitali) efficaci. Ideare e realizzare un buon progetto didattico è difficile. Quando accade, il nostro obiettivo è farlo durare nel tempo, adattandolo alle esigenze sempre nuove della scuola e ai linguaggi che cambiano.

Come è organizzata la divisione del lavoro con studi editoriali come Ampa e professionisti free-lance? Di regola la progettazione del testo, la definizione dei suoi punti di forza e i contatti con l’autore sono gestiti internamente, come anche la presentazione alla rete commerciale. Una redazione esterna può prendere parte alla lavorazione fino dalla fase della progettazione, oppure affiancare il redattore o la redattrice nelle fasi più esecutive della correzione dei vari giri di bozze, con vari livelli di complessità di intervento. Spesso poi ci sono studi editoriali che si occupano sia della redazione sia della realizzazione del libro, ovvero della composizione, dell’impaginazione, della ricerca iconografica e della creazione dei disegni. Il coordinamento redazionale, però, è sempre interno. Il rapporto con questi collaboratori viene costruito nel tempo, anche attraverso momenti di formazione insieme ai redattori interni: l’obiettivo è condividere un linguaggio comune, per capirsi al volo, e un modo di lavorare che sia ben oliato, per fare squadra. Con alcune freelance e alcuni studi il rapporto è molto consolidato e seguono con grande autonomia opere importanti.

C’è un titolo che hai curato a cui sei legata per qualche ragione particolare? Ogni libro è amato per ragioni diverse: del resto noi lavoriamo a contatto così stretto con autori e autrici che inevitabilmente il libro diventa anche un po’ nostro. Forse il libro che sento più mio è la biologia di David Sadava, che pubblicammo nel 2010. Va premesso che quando si lavora alla traduzione e all’adattamento di un testo non italiano, l’autore non c’è: la progettazione è quindi tutta a carico della redazione e dei curatori. Era un momento difficile per il catalogo di biologia, perché avevamo perso un titolo importante e dovevamo rimpiazzarlo. Scelsi un testo americano che avevamo già in catalogo per l’università e ci mettemmo all’opera. Il lavoro durò due anni: decidemmo come volevamo raccontare la biologia agli studenti e alle studentesse, quali concetti fondamentali dovevano emergere dal nostro racconto, dove volevamo portare i nostri lettori, scrivendo e riscrivendo fino a quando non fummo soddisfatti. Allo stesso tempo realizzammo anche il nostro primo ebook e organizzammo una serie di incontri in varie città italiane per presentare il libro ai docenti. Fu un successo, ma subito dopo arrivò la riforma Gelmini e dovemmo adattare il libro alle nuove indicazioni nazionali. Nacque così la Biologia.blu, che nel 2020 è giunta alla terza edizione. E di nuovo ci fu un imprevisto: 

era l’inizio dell’anno e avevamo appena stampato il libro quando ci arrivò addosso il coronavirus; e non poteva essere che il Sadava non parlasse di un virus che stava provocando una pandemia globale. 

Così abbiamo lavorato tutta l’estate per far sì che gli studenti e le studentesse a settembre trovassero in libreria un testo aggiornato con nuove pagine sul coronavirus. È stata una corsa, ma ce l’abbiamo fatta: sempre grazie al lavoro di squadra. Oggi il Sadava è il testo di biologia più adottato nei licei: sapere che entra nelle case di tanti studenti è una responsabilità che ci impegna a fare sempre meglio. Ma la soddisfazione più grande me la diede mio figlio quando frequentava il liceo e mi disse che il Sadava era il libro di scuola più bello che avesse mai usato.

Concludiamo con una domanda futuristica: pensi che il libro cartaceo possa davvero essere sostituito del tutto, o in larga misura, dalle piattaforme digitali? Questa è la domanda a cui tutti cercano di rispondere da più di dieci anni. C’è stato un momento in cui sembrava che il passaggio al digitale fosse imminente, e che la carta sarebbe stata presto abbandonata. Non è andata così: il libro di carta è rimasto uno strumento insostituibile, potenziato da un buon uso del digitale. Questo vale per gran parte dei paesi, anche se bisogna tenere presente che ogni sistema scolastico ha le sue specificità, le sue abitudini e le sue esigenze didattiche (e anche le sue dimensioni). In Zanichelli abbiamo 25 anni di esperienza sul digitale: il primo CD-ROM per la scuola infatti è nato nel 1996 per la fisica di Amaldi. Nel 2001 abbiamo realizzato ZTE, la nostra piattaforma per test online. Tra il 2008 e il 2009 ci fu il boom delle LIM, poi nel 2011 arrivarono gli ebook e subito dopo le app e le altre piattaforme didattiche. Gli ultimi due anni sono stati una vera sfida, perché è stato difficile o addirittura impossibile entrare nelle scuole per presentare i libri ai docenti: anche nel 2021-2022 sappiamo che ci saranno dei problemi. Nel 2020 con la DAD il digitale è entrato definitivamente nella didattica: i docenti hanno iniziato a farne un uso più sistematico e più creativo. Inoltre, la DAD ha cambiato le abitudini di docenti e studenti: a marzo 2020 le nuove registrazioni sono aumentate del 278% rispetto a marzo 2019 e gli utenti sono quadruplicati rispetto al mese prima, cioè al febbraio 2020. Abbiamo dovuto tenere in piedi le nostre piattaforme e assistere le scuole in mesi molto difficili.

La carta tuttavia si è rivelata una grande risorsa anche durante la pandemia: a scuole chiuse, con connessioni ballerine e dotazioni informatiche non sempre all’altezza, il libro stampato ha rappresentato spesso un’ancora di salvezza. 

E non è un fenomeno solo italiano, come ci conferma uno studio commissionato da alcuni editori inglesi sull’utilizzo dei libri di testo e di altre risorse digitali durante la pandemia. A fianco di pochi docenti “pionieri” molto esperti, che vorrebbero creare da soli i contenuti, la gran parte si affida al libro come fonte affidabile, coerente e verificata, una specie di “scaffale” su cui costruire esperienze didattiche significative. La cosa importante è che l’offerta editoriale sia formulata in modo flessibile per adattarsi alle esigenze dei docenti e sia integrabile attraverso l’uso del digitale che permette al docente si spaziare e integrare. È questa la nuova frontiera dove c’è moltissimo da sperimentare. In generale, il nostro è un ruolo di servizio a chi insegna e a chi impara: dobbiamo essere bravi a individuare le necessità della scuola e a rispondere con soluzioni valide ed efficaci. Questo vale per tutto: sia che cambino i programmi o gli esami di maturità, sia che servano nuove tecnologie, dobbiamo essere pronti a rispondere. 

Guarda la video intervista

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