insegnare italiano con una prospettiva di genere

Insegnare italiano con una prospettiva di genere

Approfondiamo la prospettiva di genere nell’insegnamento con Simona Frabotta, docente di italiano L2 LS, ricercatrice e formatrice in didattica dell’italiano. 

simona frabotta

Puoi guardare e ascoltare l’intervista completa in fondo all’articolo.

Come nasce il tuo lavoro di docente di italiano L2 LS e cosa ti ha portata a integrare la prospettiva di genere nella didattica linguistica?

Ho cominciato nel 2002, quindi è da allora che utilizzo manuali, materiali didattici e nel corso di questi anni. A volte ho trovato dei contenuti nei libri di testo che potevano essere, magari, delle conversazioni, delle immagini, delle figure che veicolavano sessismo. In quel momento con colleghe e colleghi, non sapevamo come gestire questi contenuti. Anche le mie studentesse e gli studenti, soprattutto da quando lavoro in Spagna, mi facevano notare determinate cose perché qui la sensibilità rispetto alle tematiche del genere è molto più sviluppata. Per cui a un certo punto, quando ho deciso di realizzare una tesi dottorale e quindi cominciare una ricerca, ho deciso di farlo su questo tema perché secondo me era quello che mancava. A me sembrava interessante, anche da femminista e attivista che partecipa a diversi gruppi di studio.

Quindi ho cercato di unire questi due aspetti nel mio ambito di interesse: gli studi di genere e il femminismo e la didattica dell’italiano.

Cosa significa adottare una prospettiva di genere nel tuo lavoro e come rilevi le anomalie, dei libri di testo?

Avere una prospettiva di genere nell’insegnamento della lingua vuol dire stare attente a moltissimi aspetti. Ad esempio se parliamo di un libro di testo, sia le immagini, i testi e i contenuti culturali e gli audio, 

qualsiasi cosa può essere un veicolo di sessismo e sta a noi avere questa sensibilità per saper rilevarlo. 

Come si ottiene questa sensibilità? Ovviamente formandosi, cioè se non so che cos’è uno stereotipo di genere o non so che cos’è il linguaggio inclusivo, non posso rendermi conto se questa cosa si produce poi non solo nei libri di testo, ma anche nelle dinamiche di classe. Bisogna essere sempre pronti, anche nelle dinamiche di tutti i giorni, a cogliere l’occasione per fare una riflessione sul genere. Noi, soprattutto all’estero, usiamo molti manuali come punto di riferimento nella programmazione e nella didattica, ma produciamo anche i nostri materiali che sono un po’ più personalizzati a seconda di quello che stiamo insegnando. 

Possiamo avere un ruolo più importante nel creare materiali liberi da stereotipi e liberi da sessismo. 

In che modo l’insegnamento della lingua italiana può portare a rafforzare o invece decostruire gli stereotipi culturali di genere?

Io credo che gli stereotipi di genere sono presenti in tutti gli ambienti. 

Lo stereotipo è uno schema mentale che ci aiuta a interpretare la realtà. 

Quindi noi costantemente richiamiamo queste immagini mentali. Il tema degli stereotipi viene trattato soprattutto, per quello che ho visto nei miei studi, nell’insegnamento ai bambini, perché quando si è più sensibili appunto allo sviluppo di questi schemi mentali. Però secondo me in tutti gli ambienti e lungo tutta la vita, noi siamo sottoposti a questi stereotipi. Quindi se io vado a un corso di italiano o a un corso di inglese, anche lì mi sta arrivando questo messaggio. Se sul libro di testo vedo ancora una donna in cucina e l’uomo nell’ufficio, sto rafforzando l’idea di quello che può o non può fare una donna o quello che può o non può fare un uomo. Nell’ambito della didattica dell’italiano si è un po’ sottovalutato questo aspetto perché trattandosi “solo un corso di lingua”, sembra che non sia richiesto di fare più di tanto. Invece, nell’ambito dell’insegnamento, 

noi abbiamo la responsabilità di non diffondere ulteriormente gli stereotipi, perché gli stereotipi portano a pregiudizi e a discriminazioni. 

Il nostro ruolo di non essere complici. 

Nei manuali di italiano L2 cosa funziona e cosa credi che andrebbe migliorato?

Ho potuto osservare una certa evoluzione nei libri. Ovviamente, prendiamo dei libri degli anni ’70: le donne erano limitate alla figura di cameriera, infermiera e maestra. Invece adesso, ad esempio, i ruoli di genere si sono ampliati. Secondo me l’elemento che si considera di più è quello razziale, perché ovviamente gli studi di genere adesso considerano anche l’intersezionalità. Cioè, oltre al genere, la razza, l’età, il corpo, ci sono tutte un’altra serie di elementi che vanno tenuti presenti, sempre per evitare la creazione di pregiudizi e discriminazione. Quindi a livello della razza io vedo molta diversità, cioè ci sono molti personaggi. Invece, i femminili di professione alcuni manuali li introducono in maniera più sistematica che altri. E anche per quanto riguarda le figure femminili illustri, altro tema importante, oggi c’è una maggiore presenza, ma secondo me la percentuale rimane ancora un po’ squilibrata.  

Rilevi ancora resistenza nel mondo scolastico rispetto all’integrazione di una prospettiva di genere nella didattica?  

Una delle cose che ho notato è la mancanza di prospettiva di genere proprio a livello di cultura epistemica, cioè di quello che si studia, di quello su cui si fa ricerca e di quello che poi arriva, ad esempio, a livello della formazione delle docenti e dei docenti. Perché se non si crea un corpus di saperi dedicato alla prospettiva di genere, chiaramente questo non arriverà mai nelle aule, perché chi si forma, anche chi si forma per essere insegnante di italiano come lingua straniera, non ha queste basi nel suo curriculum, quindi nei corsi di specializzazione, nei master che formano i docenti. Quindi la persona al giorno d’oggi che è interessata a queste tematiche e non vuole perpetuare queste discriminazioni di cui parlavamo prima, si deve formare autonomamente. 

E quindi stiamo lasciando la responsabilità di impedire la diffusione di stereotipi e che gli insegnanti possano reagire di fronte a una dinamica sessista, a una scelta personale. 

Io penso che questo sia il problema. Attualmente c’è una resistenza in questo senso. Si continuano a fare corsi di formazione senza parlare del fatto che possiamo appunto includere un linguaggio, stare attenti a determinate cose, perché noi lo dobbiamo fare anche per chi c’è in aula, affinché le persone si sentano incluse, si sentano comode. E non lo stiamo facendo.

Ma perché ancora il linguaggio inclusivo diventa proprio terreno di scontro?  

Il caso del linguaggio è molto interessante, perché ovviamente non è una questione linguistica. Moltissimi studi, e anche chi ha frequentato le elementari, diciamo, sa che i femminili di professione, ad esempio, sono completamente corretti. 

Come diceva Cecilia Robustelli: perché “infermiera” sì, “ingegnera” no? 

Se la flessione è la stessa forma, è la stessa flessione di una parola, perché “maestra” va bene ma “amministra” no? Chiaramente a livello linguistico non c’è nessun problema a creare femminili di professione. 

Nel terreno linguistico c’è semplicemente uno scontro di ideologia. 

Quello che si vuole frenare è la presenza delle donne nei posti di potere, di rilevanza, perché chiaramente prima le donne non occupavano tutti i posti che stanno occupando. Adesso sono sempre più presenti in tutti gli ambienti e quindi si dice: almeno a livello, tipo, nascondiamo questa avanzata. La motivazione del “suona male” o “è brutto” valgno solo per questo e non per italianizzazioni di parole inglesi come “whatsappare” o “screenshottare”, per esempio. Ecco, in quei casi non battiamo ciglio, quindi chiaramente non è la lingua il problema, ma c’è questa tendenza a voler invisibilizzare la presenza femminile.

Nel tuo lavoro utilizzi strumenti di didattica digitale? 

Soprattutto dal 2020 abbiamo cominciato a fare didattica a distanza. Quindi da lì abbiamo dovuto imparare a usare moltissime app, moltissimi strumenti per la didattica online, come tutti i docenti in quel periodo. Vale un po’ quello che dicevo prima: 

tutti gli strumenti sono validi, se sappiamo appunto come usarli. 

Se per creare un’attività, ad esempio, devo ricorrere all’intelligenza artificiale e lo faccio acriticamente, posso contribuire a diffondere ancora di più luoghi comuni e pregiudizi che possono appunto offendere anche le persone presenti. Se invece ho una linea precisa che mi guida nella creazione dei miei materiali, cercherò di crearli in maniera più inclusiva, più rispettosa. 

Se avessi un pulsante magico per cambiare qualcosa istantaneamente nel tuo lavoro o nel settore, come lo useresti?

Ho notato sia da studentessa delle superiori, dell’università e poi nei vari corsi di specializzazione, 

questa mancanza delle figure femminili che secondo me comunica indirettamente che noi donne non abbiamo una genealogia di persone importanti che hanno contribuito alla cultura, alla scienza. 

E questa cosa non va sottovalutata, perché anche per le nuove generazioni ci sentiamo come un po’ meno partecipi, come se le donne non avessero contribuito alla nostra cultura, alla nostra scienza. Noi da insegnanti di italiano a stranieri parliamo molto della cultura italiana e quello che troviamo sui libri di testo sono le figure maschili, le grandi figure del Rinascimento. Le figure contemporanee sono sempre molto maschili. E questa cosa veramente va riequilibrata, perché noi donne, mentre studiamo nel curriculum scolastico, stiamo anche costruendo la nostra personalità e la nostra identità come, come scienziate. Per esempio le ragazze e le donne nella scienza vanno visibilizzate affinché le nuove generazioni si sentano con più potere e con più possibilità, perché noi, oltre a dover studiare di pari passo con i nostri colleghi uomini, poi ci sentiamo che dobbiamo come iperprodurre qualsiasi cosa per stare all’altezza degli altri con uno sforzo più importante. E poi sviluppiamo questa sindrome dell’impostora che ci fa perdere tantissima energia e opportunità.

Su questo argomento abbiamo avuto il piacere di intervistare per due volte Jonny Bertolio, che ha contribuito a colmare queste mancanze. Un’ultima domanda: hai mai pensato tu di pubblicare un libro? Quali sono i tuoi rapporti con l’editoria italiana?

Attraverso il mio lavoro conosco abbastanza bene i manuali, ne ho molto rispetto, mi sembrano dei lavori immensi: ci sono registrazioni, foto, grafici, esercizi, un lavoro incredibile che richiede persone specializzate. Io ho scritto un saggio su come cercare di applicare gli studi di genere, con gli studi che sono stati fatti fino adesso, che sono pochi, almeno per l’italiano. 

Il mio ruolo è ispirare le persone che si dedicano alla creazione dei saggi, per cercare di integrare questa prospettiva di genere su tutti gli aspetti del manuale. 

E c’è ancora tanto da fare, quindi la mia ricerca continua con sempre nuovi aspetti da analizzare. Ultimamente ho analizzato ad esempio i dialoghi, le immagini, la parte di grammatica e l’uso della letteratura, le figure rilevanti. Ci sono anche giovani ricercatrici che si stanno dedicando alla stessa linea di ricerca, che è molto interessante. 

Poi, per avere una prospettiva di genere bisogna formarsi proprio anche nel femminismo, sia con i grandi saggi tradizionali che con le reti sociali. Seguo molte giovani influencer di vari ambiti, a livello intersezionale del femminismo che stanno creando nuovi concetti, nuovi aspetti che arricchiscono anche la mia professione. Ad esempio l’accettazione della diversità corporale e la grassofobia, è una cosa che fino a pochi anni fa non se ne parlava e invece va tenuta presente e integrata anche nella nostra didattica. 

Cosa chiederesti ad editor e case editrici?

Direi che, in fase di creazione del materiale, serve fermarsi un po’ a parlare, a pensare, perché se noi andiamo con il pilota automatico, quello che riproduciamo è la nostra cultura. 

E dobbiamo assumere che la nostra cultura è una cultura maschilista e patriarcale come primo passo. 

Se non lo assumiamo, lo trasmettiamo. Dal momento in cui dico: “Controlliamo di non aver inserito nel nostro materiale dei luoghi comuni, degli squilibri di genere” posso ricontrollare tutto il materiale in qualsiasi fase della produzione. E poi formare anche autrici, autori, editori perché se io non ho una consapevolezza non posso agire. Spesso nelle conferenze non si cita una donna, un’esperta, perché andiamo a quelli più conosciuti, ai testi più facili, più reperibili. Forse adesso risulta ancora uno sforzo cercare delle pensatrici, delle filosofe. In qualsiasi ambito ci muoviamo, cerchiamo l’autorità femminile che esiste e che va valorizzata.

Quindi ci vuole una presa di posizione da parte delle case editrici.

Guarda e ascolta l’intervista su YouTube

L’illustrazione di copertina è di Luca Poli

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