La scuola può ancora educare alle differenze?

La scuola può ancora educare alle differenze?

In questo approfondimento di Studio Ampa, intervistiamo Samanta Picciaiola, vicepresidente di Educare alle Differenze. Un progetto davvero molto ampio, che si definisce come “contenitore di educazione alle differenze e dedicato a una molteplicità di attività: dall’educazione sesso-affettiva a quella contro gli stereotipi di genere, dal contrasto del bullismo omolesbobitransfobico fino alla decostruzione della cultura neocoloniale e abilista”. 

In fondo alla pagina trovi l’intervista video da guardare e ascoltare su YouTube. 

Educare alle Differenze: come nasce e come si trasforma in una rete nazionale?

È stato un percorso che ha richiesto una certa profondità temporale, un periodo lungo di più di 10 anni. È nato in maniera spontanea da tre realtà che, undici anni fa, si sono trovate a rispondere, anche sull’input di un’emergenza: una nuova situazione che si presentava nelle scuole italiane di allora, che era l’ingerenza di quelli che sono i prodromi dei movimenti “No Choice”, che intervenivano per bloccare progetti e attività che queste realtà già svolgevano serenamente nelle scuole, con una grande apertura e interesse sia da parte della comunità educante sia da parte degli enti locali e dei soggetti che intervenivano. Questa reazione è stata una risposta dal basso che inizialmente si è organizzata coinvolgendo un territorio più circoscritto: le realtà erano Stonewall di Siracusa, Scosse a Roma e Progetto Alice di Bologna. Ma poi, aprendo lo spazio di confronto e di parola, ci siamo accorte che eravamo in tante, e diverse: c’erano associazioni che promuovevano progetti e attività nelle scuole, ma anche tante persone del mondo docente, insegnanti e studenti. 

Spesso poi sono i ragazzi e le ragazze a chiedere di avere una giusta informazione e formazione su questi temi. 

C’erano anche molti genitori, molte famiglie al plurale. Così, Educare alle Differenze è diventato quel posto abitato da associazioni ma anche da singole persone che provengono da condizioni diverse, e si è allargato geograficamente. Adesso siamo quindici, a breve sedici associazioni, e copriamo il territorio nazionale da nord a sud. 

Perché questi temi sono diventati così polarizzanti?

L’analisi comporta una profondità, quasi geologica: 

la cultura italiana è profondamente sessuofobica da sempre.

C’è stato tutto un lavoro e una battaglia, anche da parte dei femminismi storici, per non solo liberare le donne e la loro autodeterminazione, ma anche per riconoscere a tutta la dimensione legata all’intimità, alle relazioni, alla sessualità uno status pubblico, farla divenire un argomento degno di essere accessibile e condiviso, verso il quale lo Stato e le istituzioni dovessero assumersi responsabilità, in primis educative. È apparso chiaro fin dall’inizio che non possedere informazioni e non avere strumenti fossero strettamente collegati: quando non sappiamo, non possiamo. 

Dall’altra parte, questo non sapere era funzionale al mantenimento di un assetto tradizionale, quello familiare. Poi si sono aggiunte componenti nuove e fattori geopolitici. L’Italia è un tassello di una tendenza internazionale: questi “temi” sono diventati argomenti per campagne politiche che aggregano consenso su paura, discriminazione e odio verso ciò che viene considerato “diversità” e ogni forma di trasformazione sociale. Il nesso è chiaro: ragazzi e ragazze, se informati, potranno scegliere modelli familiari e valoriali differenti, e questo cambierebbe l’equilibrio sociale, soprattutto in un Paese che ancora fonda su ruoli di genere tradizionali una suddivisione del lavoro.

Siamo nel 2026 e ancora si prevedono 7- 8 ore di lavoro gratuito delle donne in casa, per cura dei figli, dei genitori anziani o per le corvée domestiche. Questa quota di lavoro di cura non è equamente ripartita. Il fattore di discrimine è l’affacciarsi di compagini politiche sovraniste di estrema destra. Massimo Prearo ha parlato di movimenti neocattolici. Questa componente ha agito per demonizzare il dibattito e intervenire con pratiche fortemente lesive della libertà di insegnamento e degli equilibri della comunità educante, rendendo difficilissime queste attività a scuola.

Che cos’è il consenso informato preventivo e come incide sulla scuola?

La domanda non è semplice. La scuola è anche un apparato burocratico complesso, quindi si rischia di perdersi in tecnicismi. 

La questione riguarda il diritto allo studio e la giustizia sociale, non solo gli e le insegnanti.

Il consenso informato è un’espressione mutuata dall’ambito sanitario: moduli sottoposti a pazienti per essere certi che siano informati delle pratiche mediche. A un certo punto, movimenti neocattolici hanno traslato questa pratica al mondo scolastico, rivendicando un consenso singolo, famiglia per famiglia, rispetto a progetti e attività che attengono alla dimensione delle relazioni, della sessualità, dell’educazione affettiva.
Già di principio non era chiaro il perimetro di applicabilità. Per capirci: per il teorema di Pitagora non serve il consenso informato; 

ma se si parlava di famiglie omogenitoriali, famiglie non tradizionali, orientamenti affettivi e sessuali, veniva preteso e imposto questo modulo, con interventi aggressivi verso insegnanti e associazioni.

Di fatto, la scuola comunica già alle famiglie il proprio progetto educativo: lo fa in un documento istituzionale, il PTOF, visibile sui siti delle scuole, e quotidianamente negli spazi di partecipazione degli organi collegiali, previsti dai decreti delegati del 1974. La scuola italiana aveva già spazi di incontro con le famiglie: rappresentanti dei genitori, consigli d’istituto, assemblee di classe.

Non si comprende perché sia stato introdotto un documento estraneo alla struttura legislativa e costituzionale. 

La scuola ha un mandato costituzionale, non va dimenticato. Questa pratica è stata imposta, accompagnata da campagne diffamatorie, attacchi alle docenti, situazioni laceranti per le comunità scolastiche, che hanno messo in crisi il patto di fiducia tra insegnanti e famiglie.

È entrata anche nei documenti scolastici prima dell’attuale governo, già con la ministra Fedeli, con circolari che proponevano e raccomandavano (non obbligavano). Oggi siamo a un disegno di legge, – poi diventato legge ndr. Come rete abbiamo ricevuto molte richieste di aiuto all’indomani della notizia che l’educazione sesso-affettiva sarebbe stata vietata nei gradi inferiori. Inizialmente si intendeva anche la scuola media; poi l’emendamento è stato emendato a sua volta e la media è rientrata con la secondaria tra i gradi dove si può, previo consenso informato e preventivo.

Cosa significhi “preventivo” esattamente non è chiaro. Appare chiaro dal testo che le famiglie potranno dire sì o no a un’attività proposta dalla scuola, come se la scuola fosse a menù, introducendo una lesione della libertà di insegnamento. Inoltre la scuola avrebbe l’obbligo di svolgere attività alternative per chi non acconsente. Il principio tutela il diritto allo studio, ma nelle condizioni attuali, con tagli alla scuola pubblica, probabilmente non ci saranno risorse per attivare questi progetti e le relative alternative, anche se riguarda un solo studente in tutta la scuola.

Di cosa hanno bisogno le docenti e i docenti che vogliono continuare a lavorare su questi temi?

La richiesta più grande è la formazione. In Italia si può diventare docenti senza alcun percorso obbligatorio su genere, orientamenti, relazioni consapevoli.
Siamo una comunità nata dal basso, dentro le scuole e nei territori: vediamo docenti investiti dai bisogni educativi dei ragazzi e delle ragazze, legati al bisogno di essere ascoltati e di avere un terreno libero di confronto, come dovrebbe essere la scuola. Hanno bisogno di informazioni, formazione, ascolto e capacità di intervento.

Per il clima di caccia alle streghe, per la stretta repressiva, molte e molti preferiscono autocensurarsi, non affrontare questi temi. 

Il nostro mestiere è già difficile: aggiungere il peso emotivo di possibili procedure disciplinari o polemiche locali non piace a nessuno. Quello che Jelmi Zolla chiamava “il sottobanco”, cioè i bisogni e le domande dei ragazzi, resta censurato e noi disattendiamo il mandato educativo della scuola italiana, che è costituzionale.

Oggi ragazzi e ragazze hanno tantissime domande, ma meno informazioni di venti o trent’anni fa. 

Accedono liberamente a contenuti digitali indiscriminati, spesso pieni di stereotipi, a volte promotori della cultura dello stupro.

Cosa vedi nei libri scolastici e nell’editoria per la scuola? Cosa si può migliorare?

L’editoria scolastica è importantissima: il libro di testo resta un punto di riferimento nel quotidiano, per docenti e studenti. C’è stato un lavoro importante dei movimenti femministi e transfemministi, dei centri di documentazione e studio delle donne, per rendere visibili tutte le soggettività, non solo maschili, bianche, etero, e popolare i libri di storia, letteratura e scienze di altre voci tradizionalmente oppresse, che il canone ha escluso. La voce di chi parla è la voce di chi detiene il potere.
Sappiamo che non sono solo gli uomini a fare filosofia e letteratura; molta produzione riflette un punto di vista occidentale, centrato, coloniale e neocoloniale. 

Il problema, parlando in generale con eccezioni virtuose, è che l’editoria scolastica è indietro: continua la logica del “box rosa”. 

Facciamo la rivoluzione francese e poi la pagina rosa “E le donne nella Rivoluzione francese”. Questa modalità conferma la sussidiarietà e la minore importanza assegnata a queste soggettività e non aiuta a capire che un’immagine realistica dei saperi e delle discipline dev’essere intersezionale. La realtà non prevede donne rinchiuse in box rosa, come non prevede soggettività non binarie o non bianche trattate come eccezioni.

È interessante il lavoro nella letteratura per l’infanzia e ragazzi, fuori dai libri di testo: case editrici avanguardistiche hanno aperto territori. Cito Settenove: abbiamo cominciato ad avere storie e immaginari non più stereotipati. Se non restituisco l’immagine di un mondo abitato anche da persone che non sono necessariamente maschi bianchi al potere, non offro la possibilità di desiderare, sognare e fondare il proprio progetto di vita su un’idea democratica di agibilità. 

Il lavoro dei testi è anche sugli immaginari, anche quando sono scientifici.

Parliamo di gender gap formativo, segregazione formativa, ragazze che non scelgono le scienze e facciamo ancora fatica a spiegare il ruolo delle scienziate nella storia del Novecento.

Che cos’è il bullismo omolesbobitransfobico e cosa proponete a scuola?

Il bullismo omolesbobitransfobico è un termine che sta scomparendo nel discorso mainstream su bullismo e cyberbullismo, dato che c’è continuità tra ambienti digitale e reale nelle azioni discriminatorie e violente. Ma c’è una rimozione della matrice. Accade qualcosa di analogo alla violenza maschile di genere: 

si tenta di neutralizzare le matrici riconducendo i comportamenti alla condotta individuale e alla morale comune, privilegiando un approccio securitario e repressivo.

Nelle scuole vedo soprattutto interventi repressivi: cosa accade se si fanno certe cose, pene, azioni. Si danno riferimenti utili a chi rivolgersi, necessari, ma manca il riconoscimento della matrice patriarcale. L’insulto più usato tra ragazzi è “gay”, con varianti gergali e dialettali: questo dovrebbe far capire quale sia la matrice.

Le femministe e le transfemministe dell’America Latina, come Rita Segato, ci hanno aiutato: le azioni violente, tanto la violenza di genere quanto il bullismo tra pari, hanno un valore identitario preciso. Sono atti in cui si conferma l’appartenenza a un genere maschile stereotipato e canonizzato. Si compiono soprattutto in adolescenza, quando l’approvazione dei pari pesa più di quella degli adulti.

Se non decostruiamo l’idea unica e tossica di maschilità, non combatteremo efficacemente bullismo e violenza di genere. 

L’approccio repressivo e colpevolizzante ha limiti evidenti e produce l’effetto del proibito, rendendo desiderabile ciò che è vietato. Se non usciamo da una postura catechizzante della “buona condotta” e non aiutiamo a leggere l’atto dentro il bisogno di appartenenza a un’idea stereotipata di maschile e femminile, non li aiutiamo a crescere.

Quello che manca quando c’è un atto di bullismo non è la buona educazione: manca il pensiero critico. 

Noi della rete lo sappiamo perché portiamo istanze intersezionali. Senza approccio trasversale e multidisciplinare, non c’è intervento educativo efficace: al massimo repressione, con i limiti che ha sempre avuto.

Che consigli daresti ai docenti che vogliono continuare a dare il meglio? 

Ci sono tre consigli pratici: 

  • Fare rete, cercare persone con cui organizzare. Questo approccio non è solipsistico. Educare alle Differenze ha messo in piedi una mappatura sul sito, dal basso: ci si può iscrivere anche come persone singole per rendersi disponibili e raggiungibili da altre realtà. Ha un valore di attivatore politico e chiediamo responsabilità e cura nell’usarla.
  • Scaricare e utilizzare il vademecum nato dal basso, da workshop in presenza e online in varie parti d’Italia: è pieno di suggerimenti pratici su cosa fare, sia per portare l’approccio nelle discipline, sia per progetti con associazioni. Ci sono approfondimenti su competenze e programmazioni curricolari, QR code con approfondimenti legislativi: c’è un impianto normativo a favore che non dobbiamo dimenticare.
  • Partecipare a Educare alle Differenze: una volta l’anno organizziamo un meeting di autoformazione in una città diversa. Siamo state a Padova e nel 2026 saremo a Napoli, sempre nell’ultimo weekend di settembre. È un evento gratuito e totalmente autogestito.

Quale è per te il futuro della scuola?

La scuola del futuro la vedo antifascista, così com’è nella sua radice costituzionale. Una scuola che “insegna a trasgredire”, come direbbe Bell Hooks: insegna pensiero critico, offre opportunità, apre spazi di partecipazione e continua a essere il polmone verde della democrazia.

L’immagine di copertina è di Luca Poli

 

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