Docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado, formatore e autore per l’editoria scolastica, Luca Raina è noto anche al grande pubblico per la sua partecipazione al docu-reality Il Collegio. In questa intervista condivide preziose riflessioni su divulgazione, didattica innovativa, tecnologia, editoria scolastica e futuro della scuola.
Trovi l’intervista completa in fondo alla pagina: buona video lettura!

Cosa significa oggi fare divulgazione nel mondo della scuola? E quali responsabilità comporta per un docente?
Divulgare significa rendere accessibili contenuti complessi senza impoverirli.
L’insegnante, per sua natura, ha sempre avuto una componente comunicativa e coinvolgente: spiegare bene richiede metafore, esempi, capacità di attrarre l’attenzione.
Il problema emerge quando la divulgazione si sposta sui social e rischia di trasformarsi in esposizione personale più che in lavoro sui contenuti. I social premiano visibilità e semplificazione, non sempre qualità. Per questo ho ridotto la divulgazione online, continuando però a praticarla in altri contesti. In fondo, divulgare è ciò che faccio ogni giorno in classe.
Quando si parla di didattica innovativa, cosa si intende davvero? E quali sono i fraintendimenti più comuni?
La didattica ha sempre innovato. Molti approcci che oggi vengono presentati come nuovi hanno attraversato la storia dell’educazione.
L’innovazione non coincide con la tecnologia in sé
ma con la capacità di usare strumenti e metodi in modo flessibile e coerente con il contesto. Il digitale ha effettivamente cambiato alcuni paradigmi, e oggi l’intelligenza artificiale rappresenta una nuova soglia critica. Il punto non è adottare uno strumento, ma capire come usarlo e perché, integrandolo in una progettazione didattica consapevole.
Cosa può fare la robotica educativa, e cosa ci insegna sull’uso della tecnologia a scuola?
L’esperienza sulla robotica educativa, sviluppata con il Politecnico di Milano e l’Università di Genova, ha mostrato come la tecnologia possa mediare situazioni emotive e conflittuali. Non si tratta di sostituire l’umano, ma di usare la macchina come interfaccia per lavorare su empatia, emozioni e relazione.
Una delle grandi sfide future non riguarda solo il pensiero critico, ma il rapporto emotivo con le macchine. L’intelligenza artificiale è sempre presente, sempre disponibile, spesso rassicurante. Questo pone nuove domande sull’autorevolezza dell’insegnante e sul ruolo educativo degli adulti.
Come nasce il canale YouTube “App per Prof” e quale bisogno intercetta?
“App per Prof” nasce come tesi di master, con l’obiettivo di avvicinare i docenti all’uso didattico di strumenti digitali pensati inizialmente per il mondo professionale. Il focus non era presentare applicazioni, ma spiegare come usarle in modo coerente con la didattica.
Il momento di maggiore impatto è stato durante la pandemia, quando molti insegnanti si sono trovati improvvisamente in un ambiente totalmente digitale. Anche oggi, pur non essendo più aggiornato, il canale continua a essere consultato come risorsa di supporto.
Che idea ti sei fatto dell’editoria scolastica italiana? Sta evolvendo o è ferma?
L’editoria scolastica si trova in una fase di transizione incompleta.
Il passaggio al digitale è ancora lontano dall’essere pienamente accettato e praticabile, nonostante gli investimenti. Le difficoltà non sono solo tecniche, ma anche culturali e legate alle abitudini.
La vera discontinuità sarà l’intelligenza artificiale. La possibilità di generare contenuti personalizzati mette in discussione l’intero modello editoriale tradizionale. Le case editrici dovranno ripensare ruoli, processi e valore aggiunto in tempi molto rapidi.
Come possono dialogare libri di testo, contenuti digitali e piattaforme?
Oggi il dialogo è ancora frammentato. La lettura su carta e la fruizione digitale rispondono a logiche diverse e richiedono competenze specifiche.
La lettura non è un processo naturale: è una tecnologia che va appresa.
Il rischio è che manchino anelli di transizione tra questi mondi. L’intelligenza artificiale accelererà ulteriormente questo processo, rendendo necessario un ripensamento profondo di come si producono e si utilizzano i materiali didattici.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza come docente nel docu-reality “Il Collegio”?
Partecipare a Il Collegio mi ha fatto riflettere soprattutto sul valore della relazione educativa. Il tempo televisivo è limitato e selettivo, e non permette di costruire quelle relazioni profonde che rendono possibile l’apprendimento. Resta però un punto fermo:
non esiste apprendimento senza una mediazione empatico-affettiva.
La relazione tra docente e studenti è l’elemento decisivo, dentro e fuori dallo schermo.
Perché pratiche come il cucito o la possibilità di rifare una verifica sorprendono ancora?
Perché la scuola è sempre più schiacciata dalla burocrazia e da una cultura della valutazione centrata sul punteggio. Attività come il cucito non sono un fine, ma una metafora: servono a lavorare su strategia, autonomia, responsabilità, comprensione delle istruzioni.
Ripetere una verifica significa dare tempo all’apprendimento, partire dagli obiettivi minimi e costruire progressivamente competenze. È una visione della scuola più attenta al processo che al risultato.
Se avessi un pulsante magico per cambiare qualcosa nella scuola, cosa faresti?
Cambierei due cose. La prima è il reclutamento degli insegnanti, valorizzando competenze pedagogiche, psicologiche e relazionali oltre a quelle disciplinari. La seconda è garantire maggiore stabilità ai team educativi, permettendo alle scuole di costruire continuità e identità nel tempo.
Senza stabilità è difficile progettare, dare autorevolezza alla scuola e offrire agli studenti un ambiente educativo solido.